Dall'addomesticamento del lupo alla sua domesticazione

10.01.2015
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La domesticazione del lupo accompagna dunque il passaggio dell’uomo dal periodo di “predazione” a quello di “produzione”.

Sicuramente, è iniziata con l’addomesticamento di alcuni individui.

Anche se il processo di addomesticamento deve essere ripreso daccapo alla morte di ogni individuo, esso costituisce nondimeno la prima fase indispensabile per portare alla domesticazione di una specie che comprende, in una seconda fase, il controllo della riproduzione.

La domesticazione del lupo è iniziata senza dubbio in Oriente ma non è stata realizzata in un solo luogo, né dall’oggi al domani, se si fa riferimento ai numerosi centri di domesticazione scoperti nei siti archeologici.

È stato necessario fare svariati tentativi, in differenti punti del globo, su giovani lupacchiotti provenienti da diversi gruppi per portare a un imprinting irreversibile con l’uomo, durante il loro periodo neonatale, poi al rifiuto dei consimili, fasi che caratterizzano il successo della domesticazione.

Questo successo è stato senza dubbio favorito dall’attitudine naturale dei lupacchiotti a sottomettersi alle regole gerarchiche di un branco.

Anche se alcuni lupacchiotti femmina, diventati adulti, hanno potuto a volte essere fecondati da lupi selvatici, i prodotti di questi accoppiamenti, allevati nelle vicinanze dell’uomo, hanno subito ugualmente questo imprinting intraspecie, limitando le possibilità di ritorno allo stato selvatico.

Dal lupo al cane

Come in ogni domesticazione, l’asservimento del lupo è stato accompagnato da numerosi cambiamenti morfologici e comportamentali in funzione della nostra stessa evoluzione.

I cambiamenti osservati sugli scheletri, ad esempio, testimoniano una sorta di regressione giovanile, chiamata “pedomorfosi”, come se questi animali, diventati adulti, avessero mantenuto con il passare delle generazioni caratteristiche e comportamenti immaturi: riduzione delle dimensioni, accorciamento della canna nasale, uno stop più marcato, abbaiamento, gemiti, atteggiamenti ludici ecc., che fanno affermare a certi archeozoologi che il cane è un animale in via di speciazione, rimasto allo stadio di adolescenza e la cui sopravvivenza dipende interamente dall’uomo.

Paradossalmente, questo fenomeno è accompagnato da una riduzione del periodo di crescita, che porta all’anticipazione del periodo della pubertà, permettendo così un accesso alla riproduzione più precoce, il che spiegherebbe perché, ai giorni nostri, la pubertà è più precoce nelle razze di cani di piccola taglia rispetto a quelli di grossa taglia e, in tutti i casi, più precoce di quella dei lupi (circa due anni).

Parallelamente, la dentatura si adatta a una dieta più onnivora che carnivora, dato che i cani domestici hanno potuto “accontentarsi” dei resti alimentari degli uomini senza dover cacciare il loro cibo.

Questa sorta di “degenerazione” che accompagna la domesticazione si ritrova anche nella maggior parte delle specie, come la specie suina (accorciamento del grugno) o anche nelle volpi di allevamento che possono adottare, in una ventina di generazioni soltanto, un comportamento da piccoli cani.

La relazione domestica sembra andare dunque contro l’evoluzione naturale, a meno di considerare l’uomo parte integrante della natura e dunque, a sua volta, una sorta di tecnica di selezione.

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